La dislessia e la logopedia

Mi viene in mente di recente un bimbo, appena rientrato dalle vacanze estive e da una pausa di 2 mesi dopo qualche mese di trattamento logopedico fatto qui nel mio studio.Visti gli ottimi risultati ottenuti, io ed i genitori abbiamo deciso di riprendere la terapia e di intraprendere un percorso “ home made”, con l’ausilio di un ottimo programma al computer da utilizzare come misura compensativa.

Ha solo una domanda da farmi: perché sono stupido?

Ecco, in quel momento capisci tutto: capisci che il tuo lavoro non è solo riabilitare un studente per prepararlo a svolgere i compiti in classe, o per dargli gli strumenti che gli mancano alla sua vita. Come logopedista il tuo ruolo è soprattutto quello di fargli capire che non siamo per forza tutti uguali: ognuno di noi ha dei punti di forza e delle debolezze. È normalissimo.

È proprio questo il grande problema della dislessia e di tutti i disturbi specifici dell’apprendimento. Hai davanti a te un bimbo sveglio, intelligente, nella norma -come si usa dire in termini medici- ma c’è qualcosa che “non va”. Quando legge lui ti guarda senza capire esattamente cosa dice, inciampa, non si ricorda i giorni della settimana, fa fatica con le tabelline e tutto ciò che richiede il recupero delle informazioni temporali o spaziali.

Il logopedista deve accogliere un bimbo che a scuola -nonostante si impegni tantissimo- non ce la fa. Il primo passo è l’accoglienza. Perché anche se sulla carta sembra che “i casi” si assomiglino un po’ tutti, nella pratica ognuno ha le proprie caratteristiche, siano esse difficoltà o qualità speciali. È per questo motivo che nonostante le difficoltà, le incertezze, le paure o semplicemente l’incapacità di cogliere le informazioni di quello che si legge, ognuno riesce poi a trasformare questa esperienza in qualcosa di proprio, cercando di utilizzare strategie che vanno a colmare queste lacune.

Potrei dilungarmi sulle tecniche che si utilizzano per riabilitare la dislessia, come ad esempio il trattamento lessicale o sub-lessicale, ma non è di questo che volevo parlare. Voglio invece raccontare della sensazione di “inadeguatezza” che hanno questi bimbi.

Da logopedista, come posso aiutarli? Dopo l’accoglienza ad hoc è fondamentale organizzare un piano personalizzato che tenga bene in considerazione “dove sia” il bimbo quando arriva da te. Dove si è fermato nel processo di apprendimento? Con quale velocità riesce ad imparare? Quali sono i suoi successi, le sue vittorie, i suoi obiettivi raggiunti?

Questo è il primo passo. Inizio sempre così e procedo con cautela, aspettando che sia il bimbo stesso ad accompagnarmi da un’altra parte, a fare il prossimo passo. Perché se io inizio dalle sue difficoltà e dalle sue incertezze, posso finire pr erigere un muro invalicabile, con il rischio di bloccarlo e metterlo in difficoltà. Penso sia un processo semplice, intuitivo: chi mai penserebbe di iniziare un dialogo, una relazione o un contatto cercando come prima cosa di mettere in difficoltà l’interlocutore? Non avrebbe alcun senso.

Non è certamente facile e ogni volta è sempre la prima volta. Cosa più importante, non si può mai sapere fin da subito come sarà questo percorso. Forse sarà tutto in discesa, tra sorrisi e reciproca fiducia, o magari sarà una strada tortuosa e piena di ostacoli, fatta di compromessi e continui tentativi di guadagnarsi la fiducia del bimbo. Questo per me è il vero ed unico modo per far funzionare davvero la terapia e per vedere dei risultati concreti, tangibili. La pratica logopedica con tutte le liste di lettura, scrittura e tanto altro è certamente fondamentale -per non dire indispensabile- per poter trattare correttamente la dislessia, ma tale pratica va introdotta solo quando il bimbo è pronto a farlo. Altrimenti andare dalla logopedista diventa come andare a scuola. E a scuola questi bimbi ci vanno già.





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