Afasia e approccio pragmatico

Come definizione di afasia mi piace molto quella di di O.Schindler:

L’afasia è la perdita parziale o totale di una o più abilità comunicative già strutturate, di tipo linguistico o di tipo non linguistico, a seguito di una lesione organica delle strutture cerebrali responsabili della codificazione o della decodificazione di qualsivoglia messaggio, di ogni grado di sofisticazione su ogni canale comunicativo, sia sul versante espressivo che su quello impressivo.

Il paziente afasico è quel paziente che presenta una afasia in seguito ad un evento encefalico che può causare altre modificazioni patologiche: compromissioni motorie, compromissione delle emozioni, compromissione dell’intelligenza, compromissione delle gnosie, compromissione della sensorialità centrale oppure compromissione di altre funzioni encefaliche.

In generale, una afasia in un paziente è già molto complessa anche senza la presenza di altre alterazioni. Cosa possiamo quindi aspettarci da un afasico che si trova da un giorno all’altro colpito da disturbi di diverse tipologie? In tal senso la presa in carico di un paziente afasico è particolarmente complessa. Nelle cliniche logopediche è forse una delle riabilitazioni che richiedono più preparazione teorica e generale. È molto importante sottolineare anche il coinvolgimento della famiglia, che nel caso di un paziente afasico viene -in un certo senso- anch’essa colpita da questo problema. Le dinamiche familiari cambiano radicalmente, quando un membro -molto spesso il “capo famiglia”- si ritrova improvvisamente incapace di esprimersi e utilizzare un codice lingusitico adeguato.

Tratto l’afasia ormai da più di dieci anni, con particolare “intensificazione” negli ultimi cinque. Gli approcci utilizzati sia in Italia sia nel resto del mondo prevedono il ripristino della comunicazione verbale, ovvero il disturbo linguistico in questione. Succede con l’approccio classico e succede con l’approccio cognitivista. Accade invece qualcosa di diverso con l’approccio pragmatico. Tale approccio è stato messo in secondo piano per molto tempo e considerato un po’ come l’ultima spiaggia: se non funziona con l’approccio classico e con quello cognitivista allora “si tenta” con quello pragmatico.

La cosa strana è che per anni nessuno si è reso conto che comunicare non significa soltanto parlare. Si comunica anche con gli occhi, con i gesti e con le espressioni. Paradis lo diceva gia nel 1988: il 50% di ciò che diciamo viene veicolato dalla parola, mentre il restante 50% è a carico della pragmatica. Infatti non sempre intendiamo comunicare quello che effettivamente diciamo. Ogni volta che qualcuno ci comunica qualcosa, mette in atto una sottile rete di processi cognitivo-linguistici.

Quando ci si occupa di un paziente afasico, non va mai dimenticato che abbiamo di fronte una persona che “prima” era in grado di comunicare con il mondo utilizzando non solo le parole ma anche il corpo, le emozioni e l’ambiente che lo circondava. Una volta che si capisce meglio questo aspetto allora diventa più naturale iniziare e portare avanti il trattamento riabilitativo. Il paziente non deve “imparare a parlare” ma deve riuscire a “comunicare”, in tutte le sue forme.

Tenendo bene a mente questi aspetti, riesco a programmare una riabilitazione sia individuale che familiare. Non esiste più il “far finta di non capire” per poi “spingere il paziente ad utilizzare le parole”. L’atto comunicativo va oltre, è molto di più. Nel mio rapporto con il paziente cerco sempre di fargli capire che la comunicazione e avvenuta, che ci siamo capiti, che c’è un contatto, una sintonia. Che il suo messaggio mi è arrivato, l’ho capito e stiamo quindi comunicando. È solo così -come in una conversazione “normale”- che posso aggiungere degli aspetti specifici di trattamento delle funzioni linguistiche.

Come logopedista ho l’obbligo di prendere in considerazione tutti gli aspetti di un atto comunicativo. Lo faccio io e lo deve fare anche la famiglia del paziente. È proprio in questo modo che ogni singolo giorno si arricchisce di tanti stimoli, perché in fin dei conti curo la parola… utilizzando la parola. Strano, vero?





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